Diciassette anni, sei romanzi non pubblicati, decine di racconti non pubblicati, senza vedere una sola parola stampata su una pagina. La scrittura era diventata la mia sola possibilità di uscire dal pantano in cui era scivolata la mia vita. Avevo perseverato anche quando la candela della speranza si era completamente consumata. Avevo perseverato per abitudine, perché non avevo la minima idea di che altro avrei potuto fare. Oggi, in ventiquattr’ore, nel tempo di una telefonata, una delle riviste più prestigiose d’America e un editore di qualità avevano accettato di pubblicare il mio primo saggio e il mio sesto romanzo. Anni prima, quando per la prima volta avevo deciso di imbarcarmi nell’avventura della scrittura e diventare scrittore, avevo visioni di ciò che ne avrei ricavato. Avrei vissuto un misto di Hemingway, di Scott e Zelda, e della celebre giovane donna che era allora Françoise Sagan, che aveva conosciuto uno straordinario successo internazionale col suo primo libro quando era ancora adolescente. Scrivere un buon libro mi avrebbe aperto le porte. Il mondo avrebbe letto le verità che scrivevo. Avrei fatto nascere un fiore di loto dalla melma. Questi sogni avevano diciassette anni, quattordici dei quali trascorsi dietro le mura sinistre della prigione.
Edward Bunker, un mito.